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Le mie Mari: le parti di noi che affiorano sulla carta

  • 19 giu
  • Tempo di lettura: 5 min

Aggiornamento: 3 lug

Dentro ognuna di noi c’è più di una voce.

C’è quella che resta in silenzio. Quella che osserva tutto. Quella che ha imparato a proteggersi. Quella che cambia idea. Quella che non chiede più permesso. Quella che ride, anche quando non dovrebbe. Quella che torna, proprio quando pensavamo di averla lasciata indietro.

Siamo fatte di molte parti.

Alcune si mostrano subito. Altre hanno bisogno di tempo. Altre ancora vivono sul fondo, come conchiglie nascoste nella sabbia, e aspettano solo il momento giusto per affiorare.



Le mie Mari nascono da qui.

Dal desiderio di dare forma a queste parti. Non per definirle. Non per chiuderle dentro un nome. Non per dire “sei così”.

Ma per lasciarle venire alla luce.

Una Mari non è semplicemente una figura disegnata. Non è solo un volto, un colore, un’acconciatura, un’espressione.

È una presenza.

È quella piccola vibrazione che senti quando guardi un’immagine e qualcosa, dentro, risponde. Magari non sai subito perché. Magari non trovi le parole. Magari ti viene solo da fermarti un attimo.

Ecco. È da lì che iniziamo.

Le mie Mari sono nate così: come frammenti interiori, come sfumature dell’essere, come immagini capaci di restituire qualcosa che spesso resta invisibile. Sono piccoli segni lasciati dal mare dopo una mareggiata. Arrivano sulla carta piano, una alla volta, con il loro modo di stare, con la loro temperatura, con il loro segreto.

Ognuna porta qualcosa.

Una forza. Una fragilità. Una domanda. Un passaggio. Una parte che forse conosciamo bene. O una parte che non avevamo ancora avuto il coraggio di guardare.

Non tutte le Mari arrivano dallo stesso luogo.

Alcune vengono da molto lontano, da zone più profonde, dove le emozioni si muovono lente e non fanno rumore. Altre stanno nel presente, nel modo in cui ci alziamo la mattina, scegliamo, rispondiamo, restiamo in piedi. Altre ancora cambiano continuamente. Attraversano soglie, stagioni, trasformazioni. Non restano uguali, e va bene così.

Per questo abbiamo iniziato a riconoscerle in tre famiglie.


Le Mari profonde

Le Mari profonde abitano il fondo.

Sono quelle che non si mostrano subito. Quelle che custodiscono ciò che non diciamo sempre. Quelle che hanno attraversato stanze interiori, maree, silenzi, ritorni.

Non sono tristi. Non sono pesanti. Sono dense.

Portano con sé il tempo dell’ascolto, quello che non si può forzare. Sono Mari che chiedono di essere incontrate piano, senza rumore, senza fretta. Ti guardano da un punto che forse conosci, ma che non visiti spesso.

A volte parlano di ferite. A volte di memoria. A volte di desideri rimasti sott’acqua. A volte di quella forza quieta che non ha bisogno di farsi vedere per esistere.

Le Mari profonde ci ricordano che non tutto deve stare in superficie per essere vero.

Ci sono parti di noi che vivono sotto. E anche lì respirano.


Le Mari presenti

Le Mari presenti stanno qui.

Nel corpo. Nel gesto. Nella postura. Nel modo in cui oggi scegliamo di esserci.

Sono Mari più vicine al passo quotidiano, alle piccole decisioni, a quello che facciamo quando finalmente ci accorgiamo di noi.

Una Mari presente può avere la testa alta. Può tenere il cuore aperto. Può dire “così come sono”. Può non avere bisogno di dimostrare nulla.

Sono presenze che non chiedono il permesso di esistere. Non perché siano sempre sicure. Ma perché hanno smesso di aspettare una forma perfetta per affacciarsi.

Le Mari presenti raccontano quel momento in cui qualcosa si allinea.

Non tutto è risolto.Non tutto è chiaro. Non tutto è semplice.

Però siamo qui.

E a volte essere qui, intere anche nelle nostre contraddizioni, è già una piccola rivoluzione.


Le Mari mutevoli

Le Mari mutevoli sono fatte di passaggi.

Cambiano pelle. Cambiano luce. Cambiano passo.

Sono quelle che non riesci a fermare in una sola definizione. Appena pensi di averle capite, si spostano un poco più in là. Non per confondere. Ma perché sono vive.

Le Mari mutevoli parlano delle trasformazioni. Di quello che lasciamo andare. Di quello che ancora non sappiamo nominare. Di ciò che sta diventando qualcos’altro.

Sono Mari di soglia. Di attraversamento. Di crescita.

A volte fanno paura, perché ci ricordano che non siamo una versione sola.A volte portano sollievo, perché ci liberano proprio da quell’idea: dover restare sempre uguali per essere riconoscibili.

E invece no.

Possiamo cambiare. Possiamo contraddirci. Possiamo non sapere ancora. Possiamo essere molte, anche nello stesso giorno.

Le Mari mutevoli ci accompagnano lì: nel punto in cui non siamo più esattamente quelle di prima, ma non siamo ancora diventate quelle che saremo.

Uno spazio fragile. E bellissimo.

Le mie Mari non sono nate per spiegare chi siamo.

Non vogliono dirti cosa devi sentire. Non vogliono interpretarti. Non vogliono metterti un’etichetta addosso.

Semmai fanno il contrario.

Ti lasciano spazio.

Perché a volte abbiamo bisogno di immagini che non ci correggano.Che non ci semplifichino. Che non pretendano di risolverci.

Abbiamo bisogno di immagini capaci di stare accanto. Di dire: “puoi essere anche questa”. O forse: “puoi essere molte”. O ancora: “quello che senti ha una forma, anche se non ha ancora un nome”.

Questo è il cuore delle Mari.

Non rappresentare il femminile come una cosa sola, liscia, riconoscibile, già decisa. Ma lasciarlo vivere nella sua pluralità.

Un femminile che può essere dolce e indomabile.Leggero e profondo. Silenzioso e pieno di voce. Fermo e in movimento. Fragile e luminoso. Presente e in trasformazione.

Non una figura ideale. Non un modello da imitare. Non una posa.

Una possibilità di riconoscimento.

Quando una Mari nasce, nasce da un gesto. Da una linea. Da un colore che si apre nell’acqua. Da un volto che prende forma senza essere stato progettato del tutto.

Maria Antonietta non parte sempre da una risposta. Spesso parte da un sentire.

La carta accoglie quello che arriva. Il segno prova. L’acquerello si muove. La materia suggerisce. E poco alla volta, una presenza appare.

A volte sembra dire qualcosa. A volte tace. A volte guarda altrove. A volte guarda proprio te.

Ed è lì che succede.

Non davanti a un’immagine “bella”. Ma davanti a un’immagine che, per qualche ragione, ti somiglia.

Forse non tutta. Forse solo un pezzetto. Forse una parte minuscola, che avevi dimenticato. Forse una parte che stavi cercando.

Le mie Mari sono questo: un invito a fermarti.

A chiederti cosa affiora. A riconoscere una sfumatura. A non scegliere una sola versione di te. A lasciare che la complessità abbia un volto, un colore, una piccola casa sulla carta.

Perché dentro ognuna di noi vive un mare.

Ci sono giorni di acqua calma. Giorni di corrente. Giorni in cui qualcosa torna a riva.Giorni in cui qualcosa si perde, ma solo per trasformarsi.

Le Mari sono il riflesso di tutto questo.

Non arrivano per spiegarti chi sei. Arrivano per sedersi accanto a una parte di te.

E quando quella parte si sente vista, anche solo per un istante, succede una cosa semplice e grande.

Ti riconosci.

 
 
 

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